Noir metro

Andrea M. Campo. Le ruote metalliche urlano lontano in galleria muovendosi rapidamente tra gli umidi anfratti caliginosi di una curva stretta. Percepisco un’incerta cantilena sibilare gravida di essenze corrotte che si diffonde lentamente su ogni entità.

Un sapore rivoltante mi riempie la bocca mentre un vecchio omuncolo vestito di stracci continua a soffiare nel suo sassofono generando un insopportabile sibilo acuto..vorrei fermarlo… se avessi ancora la forza.. ma devo preoccuparmi di coprire questo foro sulla giacca.

Il sangue raggrumato non ferma l’emorragia e qualcuno potrebbe accorgersene.

Dovrei mentire, parlare di un incidente, ma sono un pessimo bugiardo e chiamerebbero immediatamente l’ambulanza. O la polizia.

Inizio a sudare freddo e mi appoggio al muro, vorrei chiudere gli occhi solo un attimo, un solo attimo ma rischio di non svegliarmi. Non voglio morire in questo buco. Le palpebre cedono convulse ad ogni spasimo, e non riesco a distinguere le sagome a me vicino. Poi comincia quella canzone. Conosco ogni singolo passaggio. La sentivo spesso al club. “So what” di Miles Davis. “Bravo vecchio” dico poco lucido e vinto dalla fatica “adesso ci siamo”.

Con la mano libera cerco in tasca qualche spicciolo. Ho solo due monete. Le lascio lì nel suo cappello vuoto. Mi guarda, sorride e continua a soffiare.

Devo sedermi.

Quando arriva questa maledetta metro.

Il vecchio suona davvero bene.

Poco istanti prima dell’arrivo dei primi vagoni raccoglie le due monete, indossa il cappello e mi saluta. Uno strano orrore si rianima nel basso ventre, lo guardo a lungo e scovo qualcosa di perverso nei suoi occhi.

Le porte si aprono davanti a lui.

“Aspetta vecchio hai dimenticato il sax” urlò con l’ultimo fiato in gola.

Provo a raggiungerlo ma ogni parte del mio corpo sembra soggiogata da una singolare fiacchezza.

Un controllore sbarra il passo minaccioso ma il vecchio con un gesto improvviso infila la mano in tasca e gli da due monete. Le mie due monete. Due piccoli dollari d’argento, frutto di una vecchia rapina in un ufficio postale. L’uomo le controlla rigirandole più volte tra le dita, le avvicina al viso che si illumina crudele e lascia passare il vecchio.

Poi si volta verso di me e sogghigna. Non capisco. Ha il fuoco negli occhi.

Il treno riparte ed io immobile rimango lì col sax in mano e un dolore lancinante nonostante la ferita sia stranamente scomparsa.

La metro riparte avvolta dal fumo e vedo le fiamme ingoiare i vagoni uno dopo l’altro.

E sull’ultimo vagone, quel maledetto vagone di quel maledetto treno che fino ad allora non avevo riconosciuto, si ergeva sadico Caronte con la sua bisaccia piena di nichelini, con i miei nichelini, che continuava a ridere crudele condannandomi per sempre nell’indeterminato confine dell’oblio.

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