Lo strano caso di Aristide Pallimbeni, archicembalo

Andrea M. Campo. “Si tratta chiaramente di un raro caso di ImitoLeCose- disse il pronto soccorritore guardiamedicante da dietro il suo vitreo trilenticolo -un po’ di sale in zucca e alla terza rotazione di Giove guarirà”.

“Grazie dottore, dica trentatrè” rispose Aristide Pallimbeni, archicembalo e filosofo incauto.

“Si ricordi Aristide, sono io il dottore, deve metterselo bene in testa, sotto il panama. La malattia è in stadio avanzato, prenda questo-  consegnò una boccetta ad Aristide – la usi solo in casi estremi, non ne ho altre”.

Aristide era in ritardo, i suoi spartiti erano ancora bianchi e il concerto si avvicinava. Con lo strumento sotto al braccio scese le scale curandosi di non saltare neanche uno scalino. Un octopodo entrò nell’androne e si orientò in verso e direzione opposti a quelli di Aristide. Il poveretto, ancora sotto effetto dell’Imitolecose andò dietro l’uomo, che accortosi dello strano individuo accelerò per le scale. “Sono malato” si scusò Aristide stanco per l’arrampicata. Con una mano cosparse sul suo capo il contenuto della boccetta e uscì dall’edificio e si diresse al centro città per un caffè.

Diceva Aristide, in serate mondane tra lo stupore della folla “C’è un volere dietro al futuro, cioè l’oggi, e non può che realizzarsi prima di conoscere il domani, altrimenti non sarebbe più volere del destino ma volere nostro” e qui imbarazzato s’interrompeva turbato. Nonostante il filosofeggiare di Aristide il destino volle, e lo volle “oggi”, che sulla strada incrociasse una mano stretta su un cappello, in posa di ossequio. Centro metri più in là l’uomo dalle braccia lunghissime urlò un rispettoso buongiorno. Il furore della malattia spinse nelle viscere di Aristide che iniziò a muovere le braccia in avanti, sempre di più, fin quando non raggiunsero la lunghezza delle braccia dell’uomo dalle braccia lunghissime. Soddisfatto l’invitò al bar con il bancone più largo del mondo, dove mai nessuno era riuscito a prendere un caffè. Con quelle braccia, i due, non solo presero il caffè ma riuscirono a gustarselo imboccandosi a vicenda, posti di fronte da un lato all’altro della strada. Aristide era spossato e usò nuovamente l’unguento della boccetta. Le braccia si accorciarono ma dopo pochi passi la malattia sferrò un altro attacco. Macchine ferme, il semaforo dondolò sulle luci intermittenti e il rombo dei motori sfidò quei rettangoli che confidavano di poter sfrecciare come fosse loro possibile farlo. Fu il rosso ad averla vinta e ad attirare l’attenzione di Aristide. Cominciò a pizzicarsi le guance ripetutamente e non appena raggiunse un carminio livido guardò verso la luce più alta del semaforo, che per beffa divenne verde. Allora Aristide si picchiò con forza sul fegato e sullo stomaco senza alcun risultato. Il semaforo diede il giallo e Aristide illuminato, non come avrebbe desiderato, pensò a ciò che di più ripugnante conosceva. Pensò a un si bemolle, a un angolo piegato di una pagina, ai pomelli delle porte di legno e perfino alla storia della fontana in via Aurora ma nulla servì, non diventava abbastanza giallo. Aristide, a capo chino, si allontanò profondamente risentito e l’eco lentamente scemò depositando una strana insoddisfazione sul suo timpano.

Fu allora che per ripicca Dora Maar, tanto amata da Picasso, tanto odiata da sé stessa, giunta lì per caso guardò dritto negli occhi Aristide. E lui, corrotto dalla malattia, provò a giocare a dadi col proprio viso. Perdendo. Mise l’occhio sotto un altro, il naso vicino l’orecchio, la bocca, per fortuna e per mancanza di spazio, decise di lasciarla lì dov’era, ma Dora era ancora tanto diversa. Allora Aristide arrabbiato si mischiò la faccia per una seconda volta. La bocca parlava all’orecchio destro mentre la fronte buttava un occhio al naso, che si arricciava e si srotolava tra una guancia all’altra: ma nulla ancora. Aristide intuì che era necessario riflettersi e controllare ogni spostamento componendo un viso geometricamente confuso. E che confuso doveva restare nella soluzione.

Le ultime gocce del rimedio per la Imitolecose, che con tanta cura il dottore aveva distillato da una mente saggia, rimbalzarono sui capelli di Aristide regalandogli gli ultimi baleni di indipendenza. Aristide camminava lungo la Granvia quando, ormai domato dalla malattia, vide il negozio di specchi. Entrò e per diversi giorni non uscì.

Giunse il giorno del concerto e tutti attesero a lungo l’assolo dell’archicembalo che non arrivò mai. Il primo violino, il secondo flauto e un terzo tra i due lo cercarono a lungo. E lo trovarono nel negozio degli specchi. Aristide immobile, ormai sconfitto dalla malattia, era ancora in attesa che la sua immagine facesse la prima mossa.

About theartship