Motivi canoviani

Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni  sorta sporgenti dal margine, e statue e altre  figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua,  disse, e strani sono quei prigionieri.

Platone, Il mito della Caverna da La Repubblica

Cosa contenga l’interno di una scultura, quale sia l’energia vitale che viene imprigionata nelle sue forme immote è un segreto che viene tramandato nel corso dei secoli.

Canova, abilissimo in questo, faceva scolpire alle maestranze bellissime figure, di gesso e marmo candido e venerabile, di una delicatezza e di un fascino che, novelli pigmalioni, spingevano gli spettatori ad interrogarsi se quei corpi, non fossero in realtà vivi, immobilizzati dal fervore divino in una bellezza eternamente tale.

Nella materia, credeva Canova e come prima di lui Michelangelo, la forma è già presente, l’artista è solo il mezzo che la materia usa per dirsi compiuto, per esprimersi in significati all’uomo comprensibili. In questo senso, per Canova, la forma esiste contestualmente alla materia, ancor di più, la forma preesiste a quest’ultima, rivelandosi solo attraverso il gesto puro della mano, che la spoglia dai suoi veli.

Questo fu Canova, l’alba del contemporaneo e dello stupore che fece, nei salotti primo – ottocenteschi (compresi quelli di Giuseppina Bonaparte), riuscendo a produrre dei corpi che, nonostante la pesantezza e il volume specifico, si elevavano vaste nell’olimpo del mondo etereo e delicato della purezza.

Da quei bozzetti conservati nella Gipsoteca trevisana di Possagno che dedica a lui memoria, si rivela un gusto di belle fate, anime dalla danza inquieta, fulgide creature dalla passione recondita e profondissima, portatrici del lume della femminilità[1]. Oggi la bella dama dai cembali torna a suonare grazie ad un restauro hi- tech (in collaborazione con il Bode Museum di Berlino), che ha aggiunto due protesi articolari, braccia perse sotto il fuoco dei bombardamenti del 1918.

Recuperata così la posa che indica e rappresenta il fervore stante del movimento, al mondo viene ridata e concessa la possibilità di ammirare, in tutto il suo semplice splendore e magnificenza suadente, l’ordito delle muse canoviane, perfetta simbiosi di forza e leggerezza, sintesi suprema del tattile amore di Canova per il cristallino bianco.

E così, se è vero che la contemporaneità cura le ferite della guerra, chissà se un giorno riusciremo a vedere l’espressione di Nike, vittoria della scienza sul tempo.


[1] Cfr. BARILLI Renato, Storia dell’Arte contemporanea in Italia, da Canova alle ultime tendenze, Bollati Boringhieri,Torino, 2007, p. 29. «Le figure femminili mettono in atto una seduzione insinuante, subdola, apparendo come maliziose creature poste al servizio di Eros […] ambigue tra una pretesa innocenza di superficie e un’intrigante seduzione sottostante.».

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