Il viaggio di un Ulisse con speroni e cavallo

Raoul Walsh, il regista del primo western matriarcale

La Cavalcata delle Valchirie, Richard Wagner

Giuditta Naselli. In un’atmosfera onirica, in cui il tempo appare bandito, Raoul Walsh, regista che amava girare i film con la stessa audacia con cui amava vivere, immerge Notte senza fine (Pursued, 1947), una pellicola che, spogliata dei dettami tipici del western, oscilla tra il melodramma psicoanalitico e il noir wilderiano. Lontani dalla consueta ambientazione fordiana della Monument Valley, i protagonisti si ritrovano nel New Mexico a combattere non più per la conquista della terra di frontiera e per la civilizzazione di un mondo selvaggio, bensì contro forze irrazionali e ossessioni ricorrenti. Walsh, regista temerario e provocatorio, con Notte senza fine, mette in scena una narrazione in cui la sottomissione della natura in nome della civiltà si eclissa a favore di una Natura che, in quanto forza agente, ci conduce alla scoperta della nostra umanità.

Sontuosità e drammaticità da tragedia greca si alternano nella storia del protagonista, Jeb Rand (Robert Mitchum) che, all’inizio del film, intraprende un viaggio nei ricordi della propria infanzia, perdendosi in un iter emotivo alla scoperta di sé. Walsh, insieme a Niven Bush, sceneggiatore di capolavori quali Duello al sole (Duel in the Sun, 1946) e Il postino suona sempre due volte (The Postman Always Rings Twice, 1946), rivitalizza, capovolge e sconsacra il genere western nel nome di un’epopea che racconta una storia comune a tutto il genere umano. Lo spettatore, trasportato in un viaggio condiviso, resta inerme di fronte ad una trama che si snocciola a poco a poco, diventando matriosca di emozioni, turbamenti ed enigmi che giungono fino al subconscio del protagonista.

Il pellegrinaggio emotivo di Jeb diviene, nel corso del film, fortemente condizionato dalle figure femminili, come dalla madre adottiva, Medora Callum (Judith Anderson) e dalla sorella/moglie Thor (Teresa Wright). Medora, personaggio emblematico, il cui nome ricorda una delle figure più controverse della mitologia greca, è una Medea che rinnega la patria e la società, scegliendo di vivere in una casa immersa nella natura selvaggia agli antipodi dalla civiltà, non per amore del marito Giasone, bensì per Jeb, il figlio acquisito.

Il film mantiene della tragedia euripidiana la contraddittorietà delle azioni e l’incessante lotta tra razionale ed illogico. Mitologia e tragedia diventano le due facce di una storia che sembra procedere trainata da una forza cosmica così concreta da risultare palpabile e reale.

L’analisi dell’animo umano, la ribellione al proprio inconscio, la spasmodica ricerca di una razionalità in un paesaggio selvaggio come quello del West e in quello ancora più indomito come quello dell’Io restituiscono una molteplicità di comportamenti che spaventano e sorprendono, immobilizzando lo spettatore fino al colpo finale, fino a quello sparo con cui la madre salva il figlio.

In Euripide la rivolta di Medea si fonda sul fatto che la società ha annientato la sua identità di moglie e madre, in Walsh, invece, la ribellione della protagonista nasce dal bisogno di affermazione del proprio spazio vitale in un’epoca e in un genere cinematografico, come quello western, per antonomasia, esclusivamente maschile. Con lirica lucidità il regista traccia il dramma interiore di un uomo che pecca di sensibilità, trovandosi in contrasto con la risolutezza di due donne che sfidano le crudi regole imposte dagli uomini. Distante dalla figura di Alcesti che si sacrifica per il marito, il personaggio di Thor, sorella acquisita e futura moglie, condivide la temerarietà dell’Antigone eschilea nello sfidare la madre in una competizione in cui amore, incesto e morte si intrecciano.

L’aretè dei personaggi omerici, quel vigore morale proprio dei eroi che presuppone, inevitabilmente, una vendetta sui nemici viene trasferita nei personaggi di Walsh che, pionieri alla ricerca di una polis, lottano contro l’ordine precostituito.

Quando il regista, girando quello che può essere considerato il primo western matriarcale della storia del cinema, rivela la classicità delle passioni narrate, non lo fa per congelarne la cocente nostalgia, bensì per evidenziarne la consequenzialità in un presente che, per la sua universalità, risulta atemporale.

Il viaggio di Jeb, Ulisse costretto a uccidere per gli inganni e le trappole di un Poseidone con gli speroni, non può, in tempi hollywoodiani, che terminare con un lieto fine, che sancisce il ritorno a casa, alla sua pace.

Un ringraziamento speciale è dovuto alla Cineteca di Bologna, che ogni anno organizza Il Cinema ritrovato, festival cinematografico che si distingue nel panorama europeo per la rarità e la bellezza delle sue proiezioni e che quest’anno ha permesso la visione di Notte senza fine, uno dei film più belli della storia del cinema, nella suggestiva cornice di Piazza Maggiore a Bologna.

 

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