APORIA

Principi oltre l’indeterminazione

Paola Pluchino

Sedotti e pervasi da mille universi fenomenici che a vario titolo ci spingono e strattonano verso posizioni altalenanti e spesso contraddittorie tra di loro, crediamo di trovare lume sicuro nell’originalità del nostro mondo, costruito gelosamente seguendo cardini e discipline scelte ad hoc col fine di render pavonesco il nostro pensiero.

Tuttavia, a rigor del vero, l’eccesso di contestazione, insieme al processo di finta democratizzazione dell’arte cela tutt’altre sfumature, tutt’altre responsabilità e tutt’altri temi che, contestualmente alle indagini parallele sulla sociologia, i nuovi media e i linguaggi contemporanei, spingono la visione odierna a domandarsi cosa muove e cosa giova allo sguardo  dell’oggi.

Nel suo ultimo studio Boris Groys traccia due macrofiloni che muovono, come Oroburi tra loro incatenati, la percezione dell’attuale sentimento estetico, influenzandosi vicendevolmente : l’uno del far propaganda, in ultima istanza come camouflage politico, l’altra del propagandar mercato, attribuendo forza e legittimità alle opere in relazione al potenziale guadagno che queste promettono. Entrambe le versioni assoggettano e svuotano la vocazione primigenia dell’espressione, la sua direzione intrinseca e sublime, la sua tendenza ispiratrice, procedendo con fare concentrico verso le spire dell’alto. In questa situazione paradossale, sostiene Groys, anche l’opera più malsana deve essere abilitata, contribuendo a mantener intatto l’equilibrio patologico prodotto.

Quale reazione generi la giusta chiave di volta, quale risposta sia da considerare favorevolmente, nell’accusa che il mondo estetico muove a se stesso, è opinione complessa, nell’intricato paradosso legatorio dei processi mutevoli e spesso invisibili dell’estasi visionaria. Pubblico, galleristi, curatori e artisti rientrano e modificano quotidianamente questo campo culturale, dilatandone, ognuno per quota parte le prerogative e i campi d’indagine.

Se il criterio di ricerca più sicuro, quello che poggiava sulla nozione di originalità le sue solide basi, sembra schiantarsi, franando nell’opacità della nostra nuvola, non rimane che appoggiare, con spirito critico e continuo domandare, la distruzione interna di certi meccanismi clientelari, di certi feticismi della relazione,  riprendendo il piede del pensiero e negativo e positivo insieme, tensione dell’esserci più che dell’apparire, eterna e aulica bellezza dell’io sono e in te mi riconosco.

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